HOME CHI SIAMO CONTATTI STRUTTURA  
 
 
 
User ID
Password
 
News
Rassegna Stampa
Iniziative
Economia
Politica
Area Sindacale
Area Lavoro
Area Legale
Area Fiscale
Area Formazione
Convenzioni
Download
Agenda
Servizi
Associarsi
 
Ufficio Stampa
 
Codice Etico
 

 « Febbraio 2012 » 
DoLuMaMeGiVeSa
    1234
567891011
12131415161718
19202122232425
26272829    
   

News

A Roma una folta delegazione ennese

Enna, 20/06/2010 - Mercoledì scorso una folta delegazione della sede provinciale di Enna ha raggiunto Roma per partecipare all’Assemblea pubblica di Confcommercio. Una trentina di rappresentanti dell’Associazione dei Commercianti, provenienti dall’intera provincia e guidati dal Presidente provinciale Maurizio Prestifilippo, dal Presidente dell’Ascom Fidi Enna Gaetano Di Nicolò e dal Presidente Regionale dei Giovani Imprenditori Confcommercio Giovanni Arena, hanno assistito alla manifestazione nazionale che si è svolta nell’auditorium di via della Conciliazione a Roma ed alla quale hanno partecipato delegazioni di tutta Italia.
Un grande successo per la presenza e per gli alti contenuti degli interventi, a partire dalla relazione esposta dal Presidente nazionale Confcommercio Carlo Sangalli alla presenza del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, di numerosi Ministri e di varie autorità politiche e sindacali.
Un’analisi precisa e puntuale della contingente situazione in Italia e delle difficoltà che le imprese sono costrette a vivere negli ultimi anni.
Sangalli ha esternato un timido ottimismo legato ai flebili segnali di ripresa che l’economia italiana comincia a mostrare, ma ha anche lanciato precisi segnali al governo, rappresentato dal Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, chiedendo misure e garanzie che mettano in moto le imprese, vero motore trainante dell’economia italiana.
«Un discorso schietto ed efficace – ha commentato il Presidente Confcommercio Enna Maurizio Prestifilippo – il Presidente Sangalli ha centrato in pieno i problemi che assillano la nostra categoria ed ha chiesto precisi interventi al Governo. Berlusconi non ha potuto che concordare con quanto espresso dal nostro Presidente e nutriamo speranze sull’incontro a quattr’occhi che i due hanno concordato per affrontare i problemi e trovare soluzioni utili al rilancio».
Di seguito la relazione integrale del Presidente Carlo Sangalli:

Relazione del Presidente
Carlo Sangalli
Roma, 16 Giugno 2010
Auditorium Conciliazione

Signor Presidente del Consiglio, Signori Ministri, Autorità, Colleghe e Colleghi, Signore e Signori, benvenuti e grazie per la Vostra presenza.
Grazie al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per il messaggio di auguri inviatoci per lo svolgimento dei lavori di questa Assemblea.
E grazie, ancora, agli amici Presidenti e Segretari Generali di Confartigianato, di CNA, di Confesercenti e di Casartigiani.
Con loro stiamo condividendo l’esperienza di R.E TE. Imprese Italia, l’Associazione inter-confederale, nata sulla scorta dell’esperienza del “patto del Capranica” e pubblicamente presentata lo scorso 10 maggio, di cui sono stato chiamato ad aprire il ciclo di Presidenza semestrale.
R.E TE. Imprese Italia è una scelta di coesione, di unità e di responsabilità, fatta da chi ritiene che il futuro del Paese sia legato, in maniera inscindibile, alle piccole e medie imprese ed all’impresa diffusa, e che occorra dunque lavorare per la maggiore convergenza tra gli interessi di queste imprese e gli interessi generali del Paese.
Per queste ragioni, pensiamo che R.E TE. Imprese Italia sia un’opportunità per il Paese.
Ci sembra che questo messaggio sia stato colto. In Italia e non solo, poiché anche l’Ocse ha segnalato l’importanza dell’esperienza Lo scenario economico internazionale di R.E TE. Imprese Italia come soluzione del problema della frammentazione della rappresentanza.
A consuntivo del pesantissimo biennio che abbiamo alle spalle, oggi può essere detto che la “grande depressione” è stata evitata e che l’economia mondiale ha imboccato il percorso di uscita dalla “grande crisi”.
Per il corretto funzionamento del sistema bancario e finanziario, resta tuttavia più che mai urgente, sulla scorta del decalogo dell’Ocse, la definizione e l’attuazione di standard legali su scala globale. E resta, ancora, il nodo degli squilibri delle bilance commerciali. Le conseguenze della recessione sono, però, tutt’altro che superate e, di certo, la crisi non è archiviata.
I rischi di ricaduta, soprattutto in Europa, permangono elevati per debolezze strutturali di lungo periodo, che si sono puntualmente riflesse in una contenuta dinamica di crescita di lungo periodo.
Si sono inoltre accumulati ingenti debiti pubblici. In molti casi, anche per la loro più recente impennata dovuta a politiche di bilancio espansive adottate in risposta alla crisi.
Alle debolezze strutturali e ad elevati livelli di debito, i mercati finanziari non fanno sconti. In simili condizioni, la speculazione finanziaria trova poi lucrose prospettive di azione.
Insomma, il debito – come ha efficacemente detto il Ministro Tremonti – “divora il futuro”. Nel caso della Grecia, ne ha anche divorato il presente. Come è noto, la “miccia” della Grecia ha rischiato di innescare una crisi sistemica dell’euro e dello stesso progetto politico europeo.
E’ stato un bene, allora, che l’Europa – superando incertezze e titubanze che molto hanno nuociuto – abbia scelto di agire in maniera coordinata ed energica.
Questa scelta – è giusto riconoscerlo e ricordarlo – deve molto all’iniziativa politica del Governo italiano. La “guardia” va però mantenuta alta.
“L’Europa – ha dichiarato il Presidente della Repubblica – non può esitare: siamo chiamati a promuovere un nuovo e più giusto modello di sviluppo. Una forte volontà politica comune deve emergere”. Facciamo nostro questo appello.
Perché – giunti al traguardo del 2010 – è di tutta evidenza la distanza rispetto all’obiettivo fondamentale che, all’inizio del decennio, l’Europa si diede a Lisbona, mirando a fare dell’economia europea “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”.
Emerga, dunque, la volontà politica richiamata dal Presidente della Repubblica. L’Italia: una difficile transizione dalla recessione al ritorno alla crescita Altrimenti, anche le recenti e rinnovate ambizioni di “Europa 2020” rischiano di andare incontro a cocenti delusioni. Anche per il nostro Paese, il consuntivo della crisi è pesantissimo.
Nel biennio 2008-2009, il Pil si è ridotto del 6,3% ed i consumi delle famiglie del 2,9%. Ad aprile del 2010, il tasso di disoccupazione, comunque inferiore alle medie europee, ha raggiunto l’8,9% e, rispetto al picco del marzo del 2008, il numero di occupati si è ridotto di oltre 800 mila unità.
Del resto, in tutta Europa, “la crisi economica e finanziaria – come ha ricordato il Presidente Barroso – ha spazzato via dieci anni di crescita e di progresso”.
Sulla scorta di qualche buon punto di tenuta ed in stretta correlazione con gli andamenti del ciclo economico internazionale, oggi anche l’Italia ha però imboccato il percorso di uscita dalla recessione. Nel primo trimestre del 2010, il Pil risulta in crescita dello 0,5%. Prove tecniche di ripartenza, dunque.
Ma, nel suo complesso, il motore dell’Italia produttiva gira ancora troppo piano ed il riassorbimento della disoccupazione appare particolarmente critico. La manovra di stabilizzazione della finanza pubblica e le riforme. Stimiamo, così, una crescita del Pil dello 0,7% nel 2010 e dell’1% nel 2011.
Anche i consumi delle famiglie seguiranno lo stesso profilo di moderata crescita del prodotto lordo.
Stiamo quindi attraversando una difficile transizione dalla recessione al ritorno alla crescita, in cui resta elevato il livello di sofferenza dell’economia reale, delle imprese e del lavoro.
Soprattutto, ci confrontiamo, ancora una volta, con una prospettiva di crescita lenta e fragile.
Lenta, perché tanto pesano, a discapito del Paese e delle sue prospettive di ripresa, ritardi strutturali di lungo periodo sul terreno dei fattori di produttività e di competitività, ed i problemi strutturali della finanza pubblica.
Fragile, perché esposta a tutte le incertezze, a tutti i postumi della deflagrazione del modello della globalizzazione ruggente e poco governata, della crescita dopata dal debito e dal primato della finanza.
Di necessità – cioè date le dimensioni storiche del nostro debito pubblico – e per virtù, il Governo ha agito, nel tempo della crisi, con una politica di bilancio sobria, cioè doverosamente attenta agli andamenti dei conti pubblici e prioritariamente rivolta alla protezione del capitale umano.
Questa sobrietà, che ha almeno contenuto la crescita tendenziale del disavanzo, ha fatto sì che oggi – nel secondo tempo della tempesta finanziaria globale concentrato sulla sostenibilità dei debiti sovrani e nel quadro delle risposte concordate a livello europeo – la manovra correttiva di finanza pubblica possa attestarsi, nell’arco del biennio 2011-2012, intorno ai 25 miliardi di euro, allo scopo di riportare il deficit dal 5% del 2010 a meno del 3% nel 2012.
Una manovra, dunque, quantitativamente impegnativa, necessariamente impegnativa. Ma più contenuta di quelle che dovranno operare altri grandi Paesi europei.
Nel 2009, la pressione fiscale complessiva è stata pari, nel nostro Paese, al 43,2% del Pil. Si tratta, però, della pressione fiscale complessiva ed ufficiale, che tiene dunque conto anche di un’economia sommersa che genera un imponibile evaso nell’ordine dei 260 miliardi di euro e determina mancati introiti fiscali nell’ordine dei 110 miliardi di euro.
Per chi paga regolarmente tasse e contributi, la pressione fiscale complessiva ed effettiva è allora ben superiore al 43,2 % del Pil e può essere stimata prossima al 52%.
Nel 2009, la spesa pubblica è stata pari, nel nostro Paese, al 52,5% del Pil. Le sue inefficienze, le sue improduttività, i suoi sprechi sono stati ripetutamente quantificati nell’ordine dei 70 miliardi di euro all’anno, pari ad un po’ meno di 5 punti di Pil.
La Corte dei Conti valuta nell’ordine dei 50/60 miliardi di euro all’anno il costo della “tassa immorale ed occulta” della corruzione.
Sono dati ampiamente conosciuti. Messi in sequenza, conducono a conclusioni chiarissime.
Prima conclusione: la pressione fiscale non può essere ulteriormente accresciuta.
Anzi, per sostenere crescita ed occupazione, essa andrà al più presto ridotta. Rafforzare l’azione di contrasto e recupero dell’evasione e dell’elusione è, anche a questi fini, essenziale.
Il “dividendo” economico e sociale di questa azione deve infatti essere la riduzione della pressione fiscale.
Occorre impegno comune contro l’evasione e l’elusione, che sono patologie che tagliano trasversalmente tutta l’economia e la società italiana.
All’avanzamento di questo impegno, non può che giovare il più compiuto rispetto dei principi dello Statuto del contribuente: il diritto alla tassazione del reddito effettivo e non semplicemente stimato; l’agibilità del contraddittorio con l’amministrazione finanziaria; la non retroattività delle disposizioni; la stabilità, la certezza e la chiarezza delle norme; la semplicità degli adempimenti.
Assicurato il rispetto di questi principi, redditometro e studi di settore si confermano entrambi come strumenti preziosi per l’accertamento delle posizioni dei contribuenti. Parimenti, un equilibrato ricorso alla tracciabilità dei pagamenti può significativamente concorrere al contrasto di quell’economia sommersa, che, particolarmente in una fase di difficile congiuntura, altera il confronto concorrenziale con il mercato, zavorra il circuito legale dell’economia, contrasta percorsi di stabile sviluppo.
Basta pensare, al riguardo, alla patologica diffusione dell’abusivismo commerciale ed alla piaga della contraffazione.
Seconda conclusione: la spesa pubblica non può essere più considerata una variabile indipendente.
Essa va strettamente controllata, ristrutturata e riqualificata, ed anche ridotta.
Insomma, il “bancomat” della spesa pubblica non può essere più generosamente alimentato dalla “cassa continua” delle tasche dei cittadini e delle imprese! Ritroviamo questi principi necessari nell’impostazione generale della manovra. Sono principi necessari nel tempo dell’emergenza.
Ma, soprattutto, sono principi coerenti con quanto occorrerà continuare a fare per realizzare quella che noi continuiamo a ritenere la riforma strutturale fondamentale.
Una riforma fiscale, cioè, che, incrociandosi con la costruzione del federalismo fiscale, consenta di ridurre le tasse: le tasse che gravano sulle imprese; le tasse che gravano, con un cuneo fiscale e contributivo del 46,5%, sul lavoro.
Oggi, si è intervenuto con il blocco delle retribuzioni del pubblico impiego. Scelta dolorosa, ma inevitabile.
Perché – va ricordato – nel solo quadriennio 2005-2008, le retribuzioni dei dipendenti pubblici sono cresciute del 15%. Quasi il 50% in più rispetto a quelle del settore privato.
E perché – oggi ed in prospettiva – va invece sempre meglio riconosciuto e premiato il merito di chi bene opera nella pubblica amministrazione, di chi concorre alla sua maggiore efficienza e produttività, rendendo così un servizio essenziale al nostro Paese.
In questo scenario, ogni riduzione e semplificazione di regole ed adempimenti è benvenuta. Le regole occorrono, ma esse sono giuste se ed in quanto effettivamente necessarie.
La riforma delle Camere di Commercio, il nuovo sportello unico per le attività produttive, le agenzie per le imprese sono opportunità rilevanti sia per la maggiore produttività della funzione pubblica, sia per la liberazione e la mobilitazione delle energie imprenditoriali del nostro Paese.
E’ giustamente celebre, al riguardo, un’affermazione di Luigi Einaudi: “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli”.
Ecco, vorremmo che, nel nostro Paese, non fosse più necessario dire “nonostante tutto”!
Vorremmo, invece, che chi lavora, produce e risparmia venisse concretamente incoraggiato a farlo. Oggi – per tornare al merito della manovra – si chiede alle Regioni ed agli Enti locali di ridurre la spesa di oltre 14 miliardi di euro.
Scelta dolorosa. Sollecita la ricerca di un più equilibrato concorso di tutti i livelli istituzionali ed amministrativi al raggiungimento degli obiettivi della manovra. Richiede comunque una maggiore agibilità della spesa per gli investimenti da parte degli Enti “virtuosi”.
Ma va ricordato che la spesa pubblica del nostro Paese è ormai suddivisa, al netto della spesa per pensioni ed interessi, a metà tra lo Stato da una parte, e le Regioni e gli Enti locali dall’altra.
Regioni ed Enti locali hanno però una responsabilità impositiva inferiore al 18%.
Insomma, quello che non regge più è un deresponsabilizzante modello di “finanza derivata”.
Per questo, noi pensiamo che ora, proprio ora, occorra fare avanzare il cantiere delle riforme.
Riforme per crescere di più, e dunque anche per rendere sostenibile e più agevolmente riducibile quel debito pubblico, che, ogni anno, costa al Paese circa 5 punti di Pil.
Riforme per crescere meglio, e cioè con maggiore coesione sociale e territoriale.
Riforme per costruire un federalismo – istituzionale e fiscale – responsabile, cioè necessariamente pro-competitivo e giustamente solidale.
Un federalismo che consenta di archiviare la stagione della proliferazione delle competenze e dei conflitti di competenza, di rendere più efficienti e di snellire gli apparati amministrativi, di assicurare tempestività ai processi decisionali.
Ora, insomma, è tempo di ridurre davvero, ed anche ben oltre il perimetro delle scelte della manovra, il costo, il peso di “uno Stato – che come ha ricordato il Presidente del Consiglio – intermedia più del 50% della ricchezza prodotta ogni anno dai suoi cittadini e dalle sue imprese”.
Ne intermedia oltre il 50%.
Per spendere, poi, circa 16 miliardi di euro all’anno per pensioni di invalidità ed indennità di accompagnamento, e per destinare agli investimenti meno del 4% del totale della spesa pubblica, rendendo così strutturalmente esiguo ed incerto il finanziamento delle infrastrutture.
Senza riuscire, peraltro, ad assicurare tempi di pagamento “europei” alle imprese fornitrici delle pubbliche amministrazioni. Bisogna procedere. Sappiamo bene che non è facile.
Ma è possibile, ad esempio, che le Province e le Prefetture siano tutte, sempre e comunque, davvero indispensabili?
Sappiamo bene che realizzare il federalismo fiscale non è facile in un Paese come il nostro, caratterizzato, sotto il profilo delle economie territoriali, da profonde differenziazioni in termini di distribuzione della ricchezza e di capacità fiscale.
Ed è giusto, dunque, approfondire cifre e costi. Ma qualche conto importante è stato già fatto.
Risulta così, secondo stime della Corte dei Conti, che l’applicazione del metodo dei costi standard al nostro sistema sanitario consentirebbe di ridurne il costo di circa 2,3 miliardi di euro all’anno.
Secondo altre stime, l’applicazione generalizzata dei modelli di sanità regionale più efficienti consentirebbe una riduzione annua di costo di oltre 11 miliardi di euro, pari a circa lo 0,7% del Pil.
Procediamo, allora.
Perché il metodo del ripiano dei “buchi” della sanità a piè di lista, attraverso la maggiorazione delle addizionali fiscali, non è più tollerabile per le tasche dei cittadini e delle imprese, e del resto non giova neppure alla qualità del servizio sanitario.
Né possono essere ulteriormente compressi i margini della distribuzione intermedia del farmaco.
Più responsabilità e più rendicontabilità, piuttosto: nelle scelte di spesa e nel ricorso alla leva fiscale.
Lo chiediamo a tutti: allo Stato, alle Regioni, alle Autonomie.
Al Mezzogiorno che non si sottrae alla sfida del federalismo fiscale, è dovuto l’impegno alla costruzione di una robusta fiscalità di vantaggio.
La manovra ne pone le premesse con la disposizione che, proprio in anticipazione del federalismo fiscale, consente alle Regioni del Sud di modificare le aliquote Irap, fino ad azzerarle, per favorire nuove iniziative produttive.
E’ una buona scelta. Andrà adeguatamente difesa in sede europea.
Richiede, sul piano delle politiche di bilancio, l’impegno congiunto dello Stato e delle Regioni, affinché sia concretamente esercitabile.
Perché un Mezzogiorno che cresca di più e meglio è condizione essenziale per un’Italia che, tutta insieme, cresca di più e meglio.
In tutto il Paese, ma particolarmente nel Mezzogiorno, la tutela rigorosa della legalità e della sicurezza ed il contrasto determinato di Scelte coraggiose per l’economia dei servizi ogni forma di criminalità sono pre-requisiti fondamentali di crescita e di sviluppo.
Così come lo è l’efficienza della giustizia.
Obiettivo da perseguire tenacemente, visto che, a tutt’oggi, il tempo medio di conclusione di una causa commerciale è di 1210 giorni.
Nel settore dei servizi di mercato, i costi diretti ed indiretti delle attività criminali, della contraffazione e dell’abusivismo ammontano, nel 2009, a 9 miliardi di euro, pari a circa il 4,2% del valore aggiunto del settore.
Questa percentuale diviene addirittura dell’8% nel Mezzogiorno.
Così non è possibile crescere. Così è impossibile recuperare il divario di competitività e di crescita rispetto alle altre aree del Paese.
Per questo, la nostra è una scelta “senza se e senza ma”.
Sempre e comunque, contro la criminalità, che troppe vittime continua a mietere tra le nostre fila.
Sempre e comunque, per la denuncia e la costituzione di parte civile contro gli estorsori e gli usurai.
E’ stato osservato che la “lezione” fondamentale della crisi sta in una necessaria rivalutazione delle buone ragioni dell’economia reale e del lavoro. Questa giusta notazione si accompagna però talora ad un’integrale, se non integralistica, assimilazione di quelle ragioni alle ragioni ed alle sorti del nostro sistema manifatturiero.
A scanso di ogni possibile equivoco, dirò subito che anche a noi è caro il sistema manifatturiero: per il presente e per il futuro del Paese.
Perché questo sistema è prezioso per la nostra competitività e per le nostre esportazioni.
Il settore manifatturiero, oggi, contribuisce per circa il 19% alla creazione della ricchezza nazionale.
I servizi di mercato vi contribuiscono per circa il 58%. I servizi di mercato, ancora, concorrono per circa il 53% alla formazione dell’occupazione.
Ne deriviamo, dunque, che manifattura ed export non bastano a garantire la ripresa. E che, allora, occorre fare maggiormente leva sulle imprese dei servizi e sulla domanda interna.
Da qui, la nostra richiesta fondamentale e di lungo corso: una politica per i servizi che si integri con la più consolidata e riconosciuta politica industriale.
Una politica per i servizi – cioè un sistema di regole, di strumenti e di ragionevoli risorse – che supporti, anche in questo fondamentale settore, i processi di rafforzamento della produttività.
Mettere in campo questa politica era già necessario ieri.
Oggi, è un’emergenza.
Perché, tra l’altro, sarà proprio il settore dei servizi a dovere assicurare, nel futuro prossimo venturo, il riassorbimento della disoccupazione e la costruzione di nuova occupazione, fondamentale per fare dell’Italia una società più attiva.
Sono allora necessarie scelte coraggiose per l’economia dei servizi. Ecco i nostri punti di proposta.
Primo punto: non occorre meno concorrenza.
La concorrenza fa bene alla produttività ed ai consumatori. Ma la concorrenza deve essere sempre a parità di regole e meno sbilanciata.
Deve, dunque, più incisivamente operare in settori ad essa ancora poco esposti, anche attraverso un giusto confronto con tutti gli interessi coinvolti.
Secondo punto: non solo “Industria 2015”, ma anche “Servizi 2020”.
Attraverso la rimodulazione di risorse nazionali e comunitarie già disponibili, si definisca, cioè, e si realizzi un piano straordinario per l’innovazione del sistema dei servizi, posto che l’innovazione – tecnologica, ma anche organizzativa – è un formidabile propellente di produttività aggiuntiva.
Un solo esempio tra i molti possibili: l’innovazione tecnologica, organizzativa e logistica della filiera agro-alimentare. Se ne gioverebbero tutti gli attori della filiera. Se ne gioverebbero i consumatori attraverso il miglioramento del rapporto qualità/prezzo.
Un’innovazione di filiera che è del resto vitale, accanto alla tutela ed alla promozione della sua identità e tipicità, per le sorti del nostro “made in Italy”, nei mercati esteri e nel mercato interno.
Terzo punto: il commercio e le città.
Dai primi anni 2000, si sono innescati, nel nostro sistema dei servizi, profondi processi di ristrutturazione, silenziosi e talora anche dolorosi, come nel caso del commercio.
Vi hanno concorso regole di maggiore apertura dei mercati, mutamenti degli stili di vita e di consumo, la modesta dinamica dei consumi commercializzabili cresciuti, nell’arco dell’ultimo decennio, di circa mezzo punto percentuale all’anno.
La crisi dell’ultimo biennio ha ovviamente forzato questi processi di ristrutturazione ed ha messo in critica tensione tutto il sistema della distribuzione commerciale: piccole, medie e grandi imprese.
Negli ultimi due anni e tre mesi, lo stock di imprese commerciali si è fortemente ridotto: di oltre 80 mila unità.
I rischi di desertificazione commerciale dei centri storici e delle prime periferie si sono fatti palpabili.
Nessuno potrà mai convincerci del fatto che questo significhi modernizzazione e progresso!
Lo ripeto: non serve meno concorrenza.
Ma l’identità e la vivibilità delle nostre città merita di essere non solo tutelata, ma anche promossa: con un miglior raccordo delle competenze in materia di concorrenza e di commercio; con l’integrazione tra urbanistica ed urbanistica commerciale; con la riforma delle locazioni commerciali e con crediti d’imposta per la ristrutturazione edilizia della rete commerciale; con la costruzione di distretti urbani e diffusi del commercio, che agiscano come tessuto connettivo del pluralismo distributivo.
Quarto punto: si rilanci l’impegno per raddoppiare, nell’arco dei prossimi anni, il contributo del turismo alla formazione del Pil del Paese, attestandolo così intorno al 20% del totale.
A conferma del potenziale straordinario della nostra offerta turistica, è utile ricordare un dato: la nostra bilancia dei pagamenti nei servizi presenta, nel 2009, un saldo negativo di circa 11 miliardi di euro. Ma il surplus turistico, pur in marcata riduzione rispetto al 2008, è ancora positivo per circa 9 miliardi di euro.
Disponiamo del primo patrimonio storico-culturale del mondo.
Possiamo e dobbiamo tornare ad essere il primo Paese turistico del mondo, anche profittando dell’appuntamento di Expo 2015.
Per questo, occorre, tra l’altro, garantire la governance unitaria del settore, adeguare le dotazioni infrastrutturali, migliorare qualità e fruibilità del patrimonio ambientale e culturale, ottimizzare e rafforzare l’attività promozionale del marchio Italia, promuovere il turismo in Italia degli italiani, risolvere l’annosa questione dei canoni demaniali, ridurre Iva ed Irap.
Intanto e subito, si cancelli dal testo della manovra la possibilità dell’istituzione, a Roma, della tassa di soggiorno.
Francamente, significa farsi del male da soli!
Quinto punto: un Piano ed un Patto nazionale per la mobilità urbana per ridurre il costo della congestione valutato in circa 9 miliardi di euro all’anno.
Secondo l’indice di performance logistica della Banca Mondiale, l’Italia si colloca al 22° posto.
Sul versante portuale, il nostro Paese registra, ad esempio, un significativo distacco da Olanda e Germania, che associano ai porti una retroportualità integrata ed affidabile.
Dunque, nella governance della portualità, non solo va mantenuta la rappresentanza del sistema trasporti e logistica, ma va anche riconosciuta la rappresentanza del sistema dei servizi.
Accrescere l’affidabilità logistica del nostro Paese significa, anzitutto, intervenire sui nodi urbani e sulla crisi strutturale della dimensione urbana della mobilità.
Nella dimensione urbana, si concentra infatti oltre il 70% della domanda complessiva di mobilità del Paese e si addensano oltre il 70% delle attività dei servizi.
La nostra proposta è, allora, quella di procedere, sulla scorta del Piano d’azione europeo per la mobilità urbana, alla definizione di un Piano e di un Patto nazionale, che veda la partecipazione dei livelli istituzionali e degli interessi economici e sociali coinvolti.
E’ poi fondamentale procedere in coerenza con l’attuazione della liberalizzazione regolata dell’autotrasporto e con le indicazioni del Piano nazionale della logistica del 2006.
Sesto punto: un progetto strategico italiano per la promozione congiunta dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili e della cogenerazione. Esso richiede una robusta semplificazione delle procedure, l’adeguamento e la modernizzazione delle dotazioni infrastrutturali e delle reti, la diffusione di servizi di consulenza energetica per le imprese.
Un simile progetto potrebbe consentire di cogliere importanti risultati in termini di riduzione di costi, di sostenibilità ambientale, di investimenti ed occupazione per la crescita di innovative filiere di produzione, distribuzione e servizio.
Settimo punto: costruire le “reti” per la crescita delle piccole e medie imprese dei servizi.
Lo Small Business Act – l’atto con cui l’Europa ha riconosciuto la necessità di politiche dedicate alle Pmi – è stato fatto proprio ed implementato dal nostro Paese con una specifica direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri.
La proposta di legge d’iniziativa parlamentare bipartisan in materia di Statuto delle imprese, di cui è primo firmatario l’Onorevole Raffaello Vignali, intende sviluppare il dettato dell’articolo 41 della Costituzione, declinando, sulla base dei principi di libertà di iniziativa e di sussidiarietà, i diritti fondamentali delle imprese.
Sono buone premesse istituzionali e politiche: per passare dal tempo delle promesse al tempo del fare!
L’obiettivo deve essere quello di consentire a tutte le imprese, quale ne sia la dimensione, di ricercare maggiore efficienza e di meglio competere. L’obiettivo è, insomma, la crescita delle imprese. Di tutte le imprese: piccole, medie o grandi che siano.
Perché, per le piccole imprese, non vogliamo “riserve indiane” al cui interno lentamente si deperisce e si muore!
Vogliamo, invece, che crescano, che possano crescere!
Crescita anche attraverso le aggregazioni di gruppo e di distretto, di filiera e di rete.
Noi – noi di Confcommercio, noi di R.E TE. Imprese Italia – guardiamo dunque con particolare interesse alla disposizione della manovra in materia di reti di imprese.
Reti cui dovrebbero competere “vantaggi fiscali, amministrativi e finanziari, nonché la possibilità di stipulare convenzioni con l’ABI”.
Due milioni di giovani che non studiano e che non lavorano
E’ bene, intanto, che, come avevamo richiesto, si proceda alla proroga dell’avviso comune in materia di moratoria dei debiti delle imprese nei confronti delle banche.
Perché l’accordo – che certo non ha risolto ogni problema – ha comunque consentito alle imprese di potere far conto su circa 10 miliardi di euro di liquidità in più.
Alle banche continuiamo dunque a chiedere di agire con lungimiranza, con più lungimiranza, rafforzando la relazione di prossimità con il territorio e con le imprese, e valorizzando il ruolo dei consorzi fidi.
Al Governo continuiamo a chiedere di far sempre più leva sul ruolo del Fondo centrale di garanzia e di richiamare, a livello internazionale, l’attenzione sui rischi di Basilea 3.
Nel nostro Paese – lo ha da poco segnalato l’Istat – due milioni di giovani non studiano e non lavorano.
Nel 2009, il tasso di disoccupazione giovanile è prossimo al 25%. Nei primi mesi del 2010, questo tasso risulta in forte crescita.
E’ un effetto della crisi. Ma è anche il risultato di errori culturali e di molte e note inefficienze di più lungo corso.
Comunque, un’Italia in via di rapido invecchiamento, che ha ben riformato il suo sistema pensionistico e che ora dovrebbe dedicare maggiore attenzione alle politiche per le famiglie, non può permettersi una simile dissipazione di energie e di capitale umano.
Nella scuola e nell’Università, devono rapidamente avanzare tutti i processi e le riforme utili ad abbattere i tassi di dispersione scolastica ed a migliorare la qualità della formazione.
Riconoscere e premiare la responsabilità, il merito ed il talento di chi insegna e di chi studia è essenziale. Così come lo è migliorare fortemente il rapporto tra scuola, Università e mondo del lavoro.
La formazione professionale, la formazione continua, i servizi per l’impiego, gli ammortizzatori sociali devono poi sempre più integrarsi per offrire occasioni di inserimento e reinserimento occupazionale.
Si tratta di una prospettiva di lavoro determinante per la costruzione del “welfare delle opportunità e delle responsabilità”, fondato sul lavoro, su più lavoro.
Ed è ancora il lavoro, peraltro, lo strumento fondamentale di integrazione dell’immigrazione. Attraverso il lavoro e nel rispetto delle regole, l’immigrazione diviene un’opportunità: per il presente e, ancor di più, per il futuro del Paese.
L’esigenza di riassorbire la disoccupazione e di costruire più lavoro riporta, ancora una volta, alla necessità di sospingere produttività e crescita. Confermiamo, allora, il nostro interesse all’apertura di una fase di confronto tra le parti sociali, che consenta di concordare scelte.
Il tempo della responsabilità

visualizza la news stampabile in PDFVersione PDF stampabileIndietro

   News dalle Provincie   
Agrigento - Caltanissetta - Catania - Enna - Messina - Palermo - Ragusa - Siracusa - Trapani
 

 


Confcommercio Imprese per l'Italia

Sedi in provincia
Associazioni di Categoria
AscomFidi Enna
CAT
Patronato Enasco
Caaf 50&più
Ente Bilaterale
Altri Enti
Rete Imprese Italia
 
Links Utili

Confcommercio membership Card - Scopri i vantaggi


Vedi il video istituzionale

 
CONFCOMMERCIO - IMPRESE PER L'ITALIA - ENNA | ASSOCIAZIONE PROVINCIALE DEI COMMERCIANTI DI ENNA
VIA VULTURO, 34 - 94100 ENNA - c.f. 91004960869
Tel. 0935 500971 Fax 0935 500235 - e-mail: enna@confcommercio.it | info@confcommercio.en.it